Ciao a tutti e bentornati sul mio blog!
Abbiamo avuto una gran fortuna con il meteo: una bella nevicata fresca appena qualche giorno prima, paesaggi ovattati e silenziosi incastonati tra le Dolomiti, e la compagnia giusta. Insomma, un weekend di quelli che ricaricano sul serio.
Siamo partiti dall’ampio parcheggio vicino al campo sportivo di Conaggia, una frazione di La Valle Agordina, in provincia di Belluno (vi lascio il link diretto qui: https://maps.app.goo.gl/tQA9VJGDTvsyxfgs6). Le ciaspole le avevamo nello zaino, perché la neve vera e propria l’abbiamo incontrata solo più su, attorno ai 1300-1400 metri di quota.


Il sentiero comincia seguendo la strada sterrata segnalata dal CAI con il numero 542, inizialmente abbastanza dolce e pianeggiante. Si passa accanto a un bel prato con alcune casere sulla sinistra, poi la strada inizia a salire più decisa lungo il fianco della valle, con una serie di tornanti che ci portano fino alla Madonna dei Sciar. Da lì si può anche deviare per il sentiero CAI 545, più diretto, ma noi abbiamo preferito restare sulla forestale. I boschi di abete ci circondavano e, salendo, il panorama si apriva regalando scorci spettacolari sul gruppo del San Sebastiano-Tamer, il Castello di Moschesin, la Moiazza e, in lontananza, le Pale di San Martino.


La neve era tanta, fresca e bella soffice, ma avanzare non è stato affatto semplice: ci siamo dati il cambio più volte per battere la traccia, fino a raggiungere Malga La Foca, dove ci siamo concessi una meritata pausa.
Da lì siamo ripartiti puntando verso sud-ovest in direzione Bait de Folega, lungo una comoda strada in quota, ben battuta e ampia, ideale anche per chi magari è alle prime armi con le escursioni invernali.
In poco tempo abbiamo raggiunto la forcella Folega (1547 m), da dove si intravedeva già la nostra destinazione. Il bivacco si trova in una conca davvero suggestiva, circondata a ovest dal monte Celo e a est dal Valaraz. Da sud si arriva invece dalla forcella Pongol.


Il bivacco è accogliente, ben curato: c’erano tavolo, panche, un mobile e un caminetto che sembrava aspettarci. La camerata si trova al piano superiore, ma per entrarci bisogna passare da una porticina sul retro. Come vuole il buonsenso (e la buona educazione di chi frequenta la montagna), all’interno abbiamo trovato della legna lasciata da altri, così abbiamo fatto lo stesso: qualche ceppo spaccato da noi è rimasto lì, per chi verrà dopo.
E poi… è partita la festa! Birre lasciate rinfrescare nella neve, crauti e salsicce sulla stufa, fagioli e polenta: un vero banchetto alpino. La notte, però, è stata lunga e parecchio fredda: consiglio vivamente un sacco a pelo adatto a temperature sottozero. Il caminetto purtroppo scalda poco e il calore si disperde in fretta.


Il piano iniziale era proseguire lungo la cresta del Velaraz fino alla forcella Moschesin, ma il sentiero, coperto dalla neve, risultava impraticabile. Così abbiamo deciso di tornare sui nostri passi fino a Malga La Foca e, da lì, di proseguire verso Malga Moschesin, rimanendo sempre sul sentiero 542. Gli ultimi 150 metri di dislivello sono stati i più tosti, con una bella pendenza, ma la vista da lassù e — diciamolo — il panino gourmet preparato dal nostro “chef” con polenta, salame e crauti… beh, ci stavano tutti come ricompensa.


Per la discesa abbiamo seguito lo stesso percorso dell’andata, godendoci le ultime energie che quel posto speciale sapeva ancora regalarci. Siamo tornati a casa stanchi, sì, ma contenti, col cuore pieno e gli occhi che ancora brillavano. Perché ogni volta che si torna da là su, qualcosa dentro resta acceso.

Uscite, scoprite il mondo e vivete! Buone camminate e alla prossima escursione!